Marisa si racconta sul palco di Villa Vannucchi

Il suo abito rosso fuoco, di foggia orientale, sembra una sfida, il suo sorriso comunica energia e allegria, Marisa Laurito, ospite del "Premio Massimo Troisi", sale sul palco di Villa Vannucchi per parlare di sé dei suoi ricordi, dei suoi progetti. Vanitosa? Le piacciono gli abiti un po' eccentrici, «amo gli accessori colorati, le scarpe di cui ho una vera collezione, i cappelli stravaganti, le borse...». Napoletana "verace"? Certo e con orgoglio dice arrotando la erre, che già non pronuncia troppo bene, come per un vezzo prediletto. "La Laurito", così la chiamano tutti da sempre, ha la risposta pronta, è allegra, vivacissima, spiritosa. La fiducia nel mondo, nell'amicizia, nel lavoro, non è stata mai intaccata dalle difficoltà che pure hanno attraversato la sua vita. Ricordi lontani della sua adolescenza difficile «ero bruttina, grassoccia, di pessimo carattere, musona direi, sempre un lamento, una pizza insomma, e sempre chiusa in casa perché mio padre diceva che le ragazze per bene devono rientrare alle sei del pomeriggio». E invece lei incominciava a sognare il teatro, e capiva già che quella poteva essere la sua strada. «Così mi misi in testa che ci dovevo riuscire e quando un giorno, in funicolare sentii dietro di me due signore che parlavano di un attore famoso di nome Antonio mi misi ad ascoltare». Le due signore parlavano di Antonio Casagrande, in scena al San Ferdinando, nella compagnia di Eduardo De Filippo, «dicevano che aveva una ragazza di nome Marisa. è fatta pensai...». Così Marisa si presentò a teatro e chiese alla portiera "di dire ad Antonio che c' è Marisa." Casagrande provava, ma scese di corsa, io lo pregai di ascoltarmi, ci mettemmo a parlare, acconsentì a presentarmi ad Eduardo. Il "Direttore", così lo chiamavano tutti, mi sembrava curioso, aveva il volto rosa di cerone, era gentile. Il cuore mi batteva tanto che pensavo scoppiasse, gli chiesi di fare un provino, mi disse "seguitemi in camerino" parlammo a lungo, mi disse di ritornare, ma che dovevamo cambiare le parole con la erre con altre che avrei potuto pronunciare. Era fatta. Due giorni dopo avrei compito ventuno anni e sarei stata maggiorenne, mio padre non avrebbe potuto impedirmi di fare teatro. Nessuno più mi avrebbe fermato. E così iniziò la grande avventura della Laurito. Con Eduardo non aveva mica grandi parti di protagonista, ma le bastava, prendeva coraggio e imparava il mestiere. «Anni di bohème pochi soldi e tanta allegria». Marisa ricorda quegli anni e sorride, giovani che volevano conquistare il mondo facendo spettacolo, forti del loro sorriso e della loro fantasia «vivevamo a Roma, in una grande casa comune sempre pronta ad accogliere il nuovo arrivato, c' era Renzo, c' era Roberto, arrivava Marina. Per fare qualcosa di nuovo cambiavamo colore alle pareti, alle porte. Ma avevamo pochi soldi e una volta addirittura ci tagliarono l' acqua». Ecco i ricordi di un tempo in cui nasceva la grande amicizia di un gruppo di artisti che hanno lasciato il segno nella nostra memoria: Renzo Arbore, Roberto Benigni, Marina Confalone, Domenico Modugno, «cucinare con pochi ingredienti economici, inventare ricette possibili, la cucina di casa, gli spaghetti aglio olio e peperoncino, quando c' era un babà era la felicità perché il babà è il dolce più buono che si possa immaginare». Per Marisa il cibo è una cosa seria, «credo nell' energia delle mani che cucinano, il cibo è sensuale, e quando cucini per un amico ti viene meglio», e dice che uno dei suoi libri preferiti è "Dolce come il cioccolato". «Dovrei mangiare poco, ma non ci riesco» confessa golosa. Qualche spettacolo andato bene a teatro, una ventina di film, «ma poi arrivò la televisione con Arbore e fu tutto diverso perché fare televisione mi piace moltissimo. Ma non la televisione sciocca che si fa da un po' di anni, le idee di Renzo sono sempre strepitose ed il pubblico ne è entusiasta. Oggi la tv è per lo più fatta da stupidi per stupidi, ma quando poi viene fuori una idea davvero bella i risultati si vedono. Non è facile, è un lavoro faticoso ma ne vale la pena». "Quelli della notte", "Marisa la Nuit", "Casa Laurito", sono solo alcune delle sue tappe televisive. Vorrebbe fare altri programmi, di idee ne ha molte, «ma non ho con chi parlarne». Niente di ovvio, «perché non amo le banalità e mi è sempre piaciuto trasgredire». Le piace viaggiare, conoscere gente nuova, posti nuovi, e il suo lavoro la porta molte volte in giro. Ricordi ne ha tantissimi da raccontare, e ride raccontando «quando rimasi chiusa in un' avveniristica toilette giapponese, con tanti pulsanti che non sapevo cosa fossero, e quando spinsi il primo uscì dalla tazza un getto d' acqua tanto forte che mi bagnai da capo a piedi. Avevo sbagliato pulsante, ma nemmeno la giovane figlia della padrona di casa, giunta in mio aiuto, sapeva bene quale dei pulsanti fosse quello giusto». Sempre in viaggio, si dispera quando il suo "astronomo personale", Emilio Toscano, la costringe «ad andare in posti lontanissimi e sperduti nel giorno del mio compleanno». Lei ci va «perché lui ci azzecca sempre». Crede nel destino e pensa che i molti progetti che ha «al momento giusto si avvereranno». Intanto sta scrivendo un musical che metterà in scena l' 8 marzo insieme con Fioretta Mari, «si intitolerà "Menopause musical" perché noi donne dobbiamo imparare a ridere di un momento che viene sempre pensato come drammatico e invece può essere lieto e piacevole. E poi sto scrivendo uno spettacolo per me, con molti pezzi della mia carriera riuniti insieme in un racconto divertente». Tanti programmi ed entusiasmo, non vorrebbe fermarsi mai «perché lavorare mi diverte e credo di essere molto fortunata a fare questo lavoro, ed è per questo che sono sempre allegra». Si rammarica della corta memoria dell' Italia «che dimentica troppo velocemente i grandi protagonisti della sua storia, della sua cultura, del suo teatro», quando torna a Napoli si sente felice, «perché qui ho tanti ricordi e tanti amici, e mi dispiace quando ne sento parlare male». Difende la sua città con il sorriso sulle labbra e la rabbia nel cuore «basterebbe tanto poco per essere i primi, e invece dobbiamo essere sempre sotto esame, e non mi pare giusto». GIULIO BAFFI